Supervisione in gruppo
INCONTRI ONLINE SUPERVISIONE IN GRUPPO
per Counselor e Operatore Olistico
Gli incontri di Supervisione offrono uno spazio di sostegno, crescita e approfondimento per Counselor e Operatori Olistici in formazione o già attivi nella relazione d’aiuto.
Durante le serate vengono portate esperienze, situazioni e casi concreti, che diventano occasione di confronto e apprendimento condiviso. Il lavoro si sviluppa sia sul piano professionale, per migliorare modalità operative, tecniche e approccio relazionale, sia sul piano personale, per riconoscere ciò che si attiva nell’operatore nella relazione con il cliente.
La supervisione aiuta a consolidare competenze, rafforzare presenza e consapevolezza, sostenere il proprio percorso professionale e tutelare la qualità del lavoro svolto.
Benefici della supervisione
accrescere competenza ed efficacia professionale
ricevere sostegno nella crescita personale e lavorativa
osservare e migliorare il proprio stile operativo
prevenire il sovraccarico emotivo
offrire un servizio più consapevole e responsabile
Il corso su richiesta rilascia crediti ECP SIAF Italia (Educazione Continua Permanente).
Calendario degli incontri
Gli incontri si svolgono di lunedì, dalle 20.30 alle 22.00.
Il ciclo prevede 4 incontri, nelle seguenti date:
Il ciclo prevede 4 incontri, nelle seguenti date:
4 maggio
11 maggio
18 maggio
25 maggio
11 maggio
18 maggio
25 maggio
Gli incontri sono aperti e gratuiti per i soci iscritti a MYAMO.
Prenota il tuo posto su Zoom:
Docente Supervisor
Marco Accossato -
Docente Corsi di Formazione per Counselor e Operatore Olistico a Indirizzo Gestaltico.
Gestalt Counselor. Counselor Olistico Trainer e Supervisor. iscritto registro Siaf Italia si065.
Informazioni WhatsApp 378 066 3484
Sintesi della serata di supervisione di gruppo 25 maggio 2026
Tema centrale: domande gestaltiche, linguaggio dell’operatore e intuizione nel qui e ora
L’incontro di supervisione ha avuto un taglio pratico ed esperienziale. Il lavoro è partito dall’esercitazione sul caso di Elisa, una cliente di 39 anni che porta stanchezza, tensione corporea, agitazione e difficoltà a fermarsi. L’obiettivo era allenare le allieve a formulare domande gestaltiche, osservare i campanelli fenomenologici e riconoscere ciò che emerge nel campo relazionale.
1. Il caso come spazio di esercitazione
Il caso di Elisa è stato utilizzato non per trovare una soluzione, ma per allenare lo sguardo professionale. La domanda di fondo era: se incontrassi una cliente così, da quale elemento inizierei a costruire la relazione d’aiuto?2. Dal “cosa pensi” al “cosa senti”
È stata chiarita una distinzione fondamentale. Chiedere “cosa pensi?” porta facilmente verso spiegazioni, ragionamenti e intellettualizzazioni. Chiedere “cosa senti?” riporta invece al corpo, al presente e al contatto.
3. Il corpo come porta del qui e ora
Nel lavoro gestaltico il corpo non viene descritto con concetti astratti, ma con sensazioni concrete: respiro, battito, tensione, calore, peso, movimento. Portare il cliente al corpo significa aiutarlo a uscire dalla narrazione mentale e a entrare nell’esperienza viva.
4. Attenzione alle parole generalizzanti
Parole come “sempre”, “mai”, “tutto”, “nessuno” possono cristallizzare l’identità del cliente. Se una persona dice “sono sempre stanca”, l’operatore non deve rinforzare automaticamente quel “sempre”, ma può aprire una possibilità: “Succede proprio sempre, o ci sono momenti in cui è diverso?”
5. La riformulazione come arte precisa
La riformulazione richiede attenzione alle parole del cliente. Se l’operatore aggiunge parole non dette, rischia di introdurre giudizio o interpretazione. Una buona riformulazione funziona come uno specchio: restituisce ciò che è stato detto, senza deformarlo.
6. Sintesi e linguaggio io
Quando l’operatore non riprende alla lettera le parole del cliente, è meglio introdurre la frase con il linguaggio io: “Se ho capito bene…”, “Mi sembra di aver colto…”. Questo mantiene aperta la relazione e lascia al cliente la possibilità di correggere o precisare.
7. Il giudizio dell’operatore va riconosciuto, non negato
Durante l’incontro è stato ricordato che il giudizio può emergere naturalmente nella mente dell’operatore. Il punto non è eliminarlo, ma riconoscerlo e lasciarlo sullo sfondo, così che non guidi la domanda o la restituzione.
8. La curiosità come antidoto al giudizio
La curiosità è una risorsa centrale nella relazione d’aiuto. Permette di spostarsi dal bisogno di capire subito o classificare, al desiderio di conoscere davvero l’altro. La curiosità apre il campo, mentre il giudizio lo chiude.
9. Ciò che fa figura nel campo
Un passaggio importante ha riguardato il concetto di figura/sfondo. Nel qui e ora della relazione può emergere un dettaglio: una collana, un gesto, un tono di voce, un oggetto nella stanza. Quel dettaglio può aprire un mondo narrativo ed emotivo, se viene avvicinato con delicatezza.
10. L’intuizione come strumento da usare con rispetto
L’intuizione dell’operatore non va soffocata, ma nemmeno trasformata in verità. Può diventare una possibilità esplorativa, da proporre con delicatezza. Se il cliente si apre, si può continuare; se si chiude, è necessario rallentare.
11. La relazione come danza
La relazione d’aiuto è stata paragonata a una danza o a una partita di ping pong. L’operatore offre una domanda o una restituzione, poi osserva come il cliente risponde. Se il cliente rimanda la palla, il contatto prosegue; se si chiude, il ritmo va rispettato.
12. Il qui e ora prima della storia
Anche quando il cliente racconta eventi passati, il lavoro gestaltico torna alla domanda: “Cosa accade adesso mentre ne parli?” Il passato è importante, ma viene incontrato attraverso ciò che si manifesta nel presente.
13. La quotidianità come allenamento
La serata si è conclusa con l’invito a praticare durante l’estate: osservare sé stessi, gli altri, i dettagli, i gesti, i silenzi, ciò che emerge dallo sfondo. La sensibilità professionale si allena anche nella vita quotidiana.
Frase conclusiva
La supervisione ha ricordato che il counselor gestaltico non lavora solo con domande preparate, ma con presenza, ascolto, curiosità e sensibilità. Ciò che emerge nel qui e ora del campo relazionale può diventare una porta preziosa, se l’operatore sa accoglierlo senza giudicare, senza forzare e senza perdere il contatto.
Sintesi della serata di supervisione di gruppo 18 maggio 2026
L’incontro di supervisione ha avuto un taglio pratico ed esperienziale. Il lavoro è partito da una situazione concreta emersa durante un tirocinio: una cliente che raccontava molto, portando contenuti complessi e carichi emotivi, fino a rendere difficile per l’operatrice comprendere quando intervenire, quando attendere e come chiudere l’incontro.
1. L’attesa come competenza dell’operatore
Uno dei temi centrali della serata è stato il valore dell’attesa. Attendere non significa lasciare semplicemente che il cliente parli senza confini, né aspettare passivamente che finisca il racconto. L’attesa gestaltica è una presenza vigile: il professionista resta centrato, ascolta il flusso della narrazione e osserva quando qualcosa cambia nel campo.
Uno dei temi centrali della serata è stato il valore dell’attesa. Attendere non significa lasciare semplicemente che il cliente parli senza confini, né aspettare passivamente che finisca il racconto. L’attesa gestaltica è una presenza vigile: il professionista resta centrato, ascolta il flusso della narrazione e osserva quando qualcosa cambia nel campo.
2. I “campanelli” fenomenologici
Durante il racconto del cliente possono emergere segnali sottili: un cambio nel tono della voce, un gesto, un movimento del corpo, una tensione, un’accelerazione, una pausa, una caduta o un picco di energia. Questi segnali sono stati definiti “campanelli”: momenti in cui qualcosa fa figura e chiede di essere contattato.
Durante il racconto del cliente possono emergere segnali sottili: un cambio nel tono della voce, un gesto, un movimento del corpo, una tensione, un’accelerazione, una pausa, una caduta o un picco di energia. Questi segnali sono stati definiti “campanelli”: momenti in cui qualcosa fa figura e chiede di essere contattato.
3. Quando interrompere il racconto
Il counselor non interrompe perché il cliente ha parlato troppo o perché ha concluso una frase, ma quando sente che qualcosa è emerso dallo sfondo. In quel momento il racconto può essere rallentato con delicatezza, per riportare il cliente al sentire. Anche quando il professionista si perde, non riesce più a seguire o sente che il contatto si sta interrompendo, è utile fermarsi e rallentare.
Il counselor non interrompe perché il cliente ha parlato troppo o perché ha concluso una frase, ma quando sente che qualcosa è emerso dallo sfondo. In quel momento il racconto può essere rallentato con delicatezza, per riportare il cliente al sentire. Anche quando il professionista si perde, non riesce più a seguire o sente che il contatto si sta interrompendo, è utile fermarsi e rallentare.
4. Dal racconto al sentire
Il passaggio fondamentale è spostare l’attenzione dal contenuto alla percezione. Non si tratta di chiedere subito spiegazioni o soluzioni, ma di accompagnare il cliente verso domande semplici:
“Che cosa senti in questo momento?”
“Dove lo senti nel corpo?”
“Che forma, peso, temperatura o movimento ha questa sensazione?”
Il sentire deve diventare chiaro prima di procedere.
Il passaggio fondamentale è spostare l’attenzione dal contenuto alla percezione. Non si tratta di chiedere subito spiegazioni o soluzioni, ma di accompagnare il cliente verso domande semplici:
“Che cosa senti in questo momento?”
“Dove lo senti nel corpo?”
“Che forma, peso, temperatura o movimento ha questa sensazione?”
Il sentire deve diventare chiaro prima di procedere.
5. Dal sentire al bisogno
Quando la sensazione è stata contattata, si può accompagnare il cliente verso il bisogno. La domanda diventa:
“Di che cosa sembra avere bisogno questa parte di te?”
“Se questa sensazione potesse parlare, che cosa direbbe?”
Il bisogno non va interpretato dal counselor, ma lasciato emergere dal cliente attraverso l’ascolto corporeo, emotivo ed energetico.
Quando la sensazione è stata contattata, si può accompagnare il cliente verso il bisogno. La domanda diventa:
“Di che cosa sembra avere bisogno questa parte di te?”
“Se questa sensazione potesse parlare, che cosa direbbe?”
Il bisogno non va interpretato dal counselor, ma lasciato emergere dal cliente attraverso l’ascolto corporeo, emotivo ed energetico.
6. Dal bisogno al desiderio
Il terzo passaggio riguarda il desiderio:
“Che cosa vorresti per te in questo momento?”
“Quale direzione nasce da questo bisogno?”
Non si è ancora nella fase del “cosa fare concretamente”. È importante fermarsi al desiderio, senza anticipare soluzioni o proiettare scenari futuri.
Il terzo passaggio riguarda il desiderio:
“Che cosa vorresti per te in questo momento?”
“Quale direzione nasce da questo bisogno?”
Non si è ancora nella fase del “cosa fare concretamente”. È importante fermarsi al desiderio, senza anticipare soluzioni o proiettare scenari futuri.
7. Non dare consigli, ma facilitare consapevolezza
Il counselor non propone risposte pronte e non interpreta. Il suo compito è aiutare il cliente a formulare frasi in prima persona:
“Io sento…”
“Io ho bisogno di…”
“Io vorrei…”
Queste formulazioni sostengono la responsabilità e permettono al cliente di diventare osservatore di sé stesso.
Il counselor non propone risposte pronte e non interpreta. Il suo compito è aiutare il cliente a formulare frasi in prima persona:
“Io sento…”
“Io ho bisogno di…”
“Io vorrei…”
Queste formulazioni sostengono la responsabilità e permettono al cliente di diventare osservatore di sé stesso.
8. Il precontatto e il tempo della relazione
Nelle esercitazioni tra allievi il processo può avvenire più velocemente perché esiste già un precontatto: il gruppo condivide linguaggio, fiducia e obiettivi. Con un cliente reale, invece, il precontatto richiede più tempo. Non bisogna bruciare le fasi: la profondità nasce da un terreno relazionale sufficientemente stabile.
Nelle esercitazioni tra allievi il processo può avvenire più velocemente perché esiste già un precontatto: il gruppo condivide linguaggio, fiducia e obiettivi. Con un cliente reale, invece, il precontatto richiede più tempo. Non bisogna bruciare le fasi: la profondità nasce da un terreno relazionale sufficientemente stabile.
9. Il rischio dello sfogo mentale
Quando un cliente ha bisogno di “buttare fuori”, lasciarlo parlare a lungo può mantenerlo nella testa e nel racconto ripetitivo. In questi casi può essere utile proporre una tecnica olistica breve, creativa e corporea: humming, movimento, respiro, suono, rilassamento guidato, danza, radicamento. L’obiettivo non è bloccare l’espressione, ma trasformare lo sfogo in contatto.
Quando un cliente ha bisogno di “buttare fuori”, lasciarlo parlare a lungo può mantenerlo nella testa e nel racconto ripetitivo. In questi casi può essere utile proporre una tecnica olistica breve, creativa e corporea: humming, movimento, respiro, suono, rilassamento guidato, danza, radicamento. L’obiettivo non è bloccare l’espressione, ma trasformare lo sfogo in contatto.
10. La restituzione del sentire dell’operatore
Quando il professionista sente qualcosa di forte nel corpo o nell’emozione, può restituirlo usando il linguaggio in prima persona. Non è utile dire al cliente cosa sta sentendo; è più rispettoso dire:
“Mentre ti ascolto, io sento un peso nel petto…”
“Io ho bisogno di respirare un attimo…”
Questa forma di restituzione non invade il cliente e può aprire una risonanza autentica.
Quando il professionista sente qualcosa di forte nel corpo o nell’emozione, può restituirlo usando il linguaggio in prima persona. Non è utile dire al cliente cosa sta sentendo; è più rispettoso dire:
“Mentre ti ascolto, io sento un peso nel petto…”
“Io ho bisogno di respirare un attimo…”
Questa forma di restituzione non invade il cliente e può aprire una risonanza autentica.
11. La riformulazione corporea e lo specchio
Durante le triadi è emerso il valore dello “specchio”: riprendere un gesto del cliente, renderlo visibile, restituire ciò che il corpo sta mostrando. Questa riformulazione corporea permette al cliente di osservare sé stesso attraverso il counselor e di accorgersi di movimenti, tensioni o segnali che altrimenti resterebbero inconsapevoli.
Durante le triadi è emerso il valore dello “specchio”: riprendere un gesto del cliente, renderlo visibile, restituire ciò che il corpo sta mostrando. Questa riformulazione corporea permette al cliente di osservare sé stesso attraverso il counselor e di accorgersi di movimenti, tensioni o segnali che altrimenti resterebbero inconsapevoli.
12. L’osservatore e la consapevolezza di sé
Il ruolo dell’osservatore è stato riconosciuto come fondamentale. Osservare una diade permette di vedere il processo dall’esterno, ma insegna anche a portare il cliente a osservare sé stesso. Ogni riformulazione, restituzione o gesto speculare aiuta il cliente a passare da “sono dentro l’esperienza” a “posso osservare ciò che accade in me”.
Il ruolo dell’osservatore è stato riconosciuto come fondamentale. Osservare una diade permette di vedere il processo dall’esterno, ma insegna anche a portare il cliente a osservare sé stesso. Ogni riformulazione, restituzione o gesto speculare aiuta il cliente a passare da “sono dentro l’esperienza” a “posso osservare ciò che accade in me”.
13. L’estetica della relazione
Un passaggio importante ha riguardato l’estetica del processo relazionale. Anche senza ascoltare le parole, una relazione di counseling può apparire come una danza: ritmo, pause, movimenti, ascolto, reciprocità, presenza. Quando la relazione fluisce, si percepisce una qualità estetica del contatto.
Un passaggio importante ha riguardato l’estetica del processo relazionale. Anche senza ascoltare le parole, una relazione di counseling può apparire come una danza: ritmo, pause, movimenti, ascolto, reciprocità, presenza. Quando la relazione fluisce, si percepisce una qualità estetica del contatto.
14. La leadership fluttuante nel gruppo
È stato introdotto il concetto di leadership fluttuante: in un gruppo sufficientemente maturo e fiducioso, la conduzione può temporaneamente passare a un membro del gruppo, quando dal campo emerge un intervento utile. Non si tratta di perdere la guida, ma di riconoscere che il campo può generare direzione anche attraverso i partecipanti.
È stato introdotto il concetto di leadership fluttuante: in un gruppo sufficientemente maturo e fiducioso, la conduzione può temporaneamente passare a un membro del gruppo, quando dal campo emerge un intervento utile. Non si tratta di perdere la guida, ma di riconoscere che il campo può generare direzione anche attraverso i partecipanti.
15. La musica come strumento esperienziale
Nella seconda parte della serata è stata proposta una scrittura libera accompagnata da tre brani musicali. L’esperienza ha mostrato come la musica non sia mai neutra: può evocare ricordi, emozioni, immagini, stati corporei, memorie personali e collettive. Per questo il professionista deve scegliere con consapevolezza le musiche utilizzate nei trattamenti, nei rilassamenti o negli esercizi.
Nella seconda parte della serata è stata proposta una scrittura libera accompagnata da tre brani musicali. L’esperienza ha mostrato come la musica non sia mai neutra: può evocare ricordi, emozioni, immagini, stati corporei, memorie personali e collettive. Per questo il professionista deve scegliere con consapevolezza le musiche utilizzate nei trattamenti, nei rilassamenti o negli esercizi.
16. Musiche conosciute e musiche non conosciute
Una musica molto conosciuta può portare la persona nei ricordi e attivare associazioni personali. Questo può essere utile in un lavoro espressivo, ma meno adatto a un rilassamento profondo. Una musica non conosciuta, invece, riduce il rischio di divagazione mentale e può facilitare maggiormente uno stato di presenza.
Una musica molto conosciuta può portare la persona nei ricordi e attivare associazioni personali. Questo può essere utile in un lavoro espressivo, ma meno adatto a un rilassamento profondo. Una musica non conosciuta, invece, riduce il rischio di divagazione mentale e può facilitare maggiormente uno stato di presenza.
17. Testi, parole e stati interiori
Anche le parole di una canzone producono effetti. Un brano con parole legate alla cura, alla protezione, alla guarigione o alla celebrazione può attivare stati emotivi profondi. Il professionista deve quindi chiedersi quale effetto desidera favorire e quale campo sta creando attraverso la scelta sonora.
Anche le parole di una canzone producono effetti. Un brano con parole legate alla cura, alla protezione, alla guarigione o alla celebrazione può attivare stati emotivi profondi. Il professionista deve quindi chiedersi quale effetto desidera favorire e quale campo sta creando attraverso la scelta sonora.
18. La musica come esperimento per il cliente
La musica può diventare anche una proposta pratica per il cliente. Per esempio, una persona che vive tensione durante la guida può sperimentare mantra, canti, brani evocativi o musiche che modificano lo stato interno. Non come prescrizione, ma come esperimento: “Prova e osserva che effetto ti fa”.
La musica può diventare anche una proposta pratica per il cliente. Per esempio, una persona che vive tensione durante la guida può sperimentare mantra, canti, brani evocativi o musiche che modificano lo stato interno. Non come prescrizione, ma come esperimento: “Prova e osserva che effetto ti fa”.
19. Indicazioni operative emerse
Dalla serata emergono alcuni orientamenti pratici:
Dalla serata emergono alcuni orientamenti pratici:
Centrarsi prima di intervenire.
L’attesa richiede presenza e ascolto.
L’attesa richiede presenza e ascolto.
Osservare i campanelli fenomenologici.
Il corpo, la voce, il ritmo e l’energia indicano quando qualcosa fa figura.
Il corpo, la voce, il ritmo e l’energia indicano quando qualcosa fa figura.
Rallentare quando il contatto si perde.
Se il professionista non segue più, è il momento di fermarsi.
Se il professionista non segue più, è il momento di fermarsi.
Portare il cliente dal racconto al sentire.
Il contenuto è importante, ma il lavoro nasce dal contatto con ciò che accade ora.
Il contenuto è importante, ma il lavoro nasce dal contatto con ciò che accade ora.
Procedere per passaggi.
Io sento. Io ho bisogno. Io vorrei.
Io sento. Io ho bisogno. Io vorrei.
Non anticipare soluzioni.
Il desiderio va lasciato emergere prima del fare.
Il desiderio va lasciato emergere prima del fare.
Usare tecniche corporee e olistiche.
Quando il cliente è troppo nella testa, il corpo può riaprire il contatto.
Quando il cliente è troppo nella testa, il corpo può riaprire il contatto.
Restituire con il linguaggio io.
Non dire all’altro cosa sente, ma condividere ciò che accade in sé.
Non dire all’altro cosa sente, ma condividere ciò che accade in sé.
Scegliere la musica con consapevolezza.
Ogni brano crea un campo e produce effetti diversi.
Ogni brano crea un campo e produce effetti diversi.
Frase conclusiva
La supervisione ha ricordato che il lavoro nella relazione d’aiuto non consiste nel seguire tutto il racconto del cliente, ma nel riconoscere quando qualcosa emerge dallo sfondo e chiede contatto. Il counselor e l’operatore olistico sono chiamati ad attendere, ascoltare, rallentare e accompagnare il cliente dal racconto mentale al sentire corporeo, dal sentire al bisogno, dal bisogno a una direzione più consapevole.
La supervisione ha ricordato che il lavoro nella relazione d’aiuto non consiste nel seguire tutto il racconto del cliente, ma nel riconoscere quando qualcosa emerge dallo sfondo e chiede contatto. Il counselor e l’operatore olistico sono chiamati ad attendere, ascoltare, rallentare e accompagnare il cliente dal racconto mentale al sentire corporeo, dal sentire al bisogno, dal bisogno a una direzione più consapevole.
Sintesi della serata di supervisione di gruppo 11 maggio 2026
Sintesi incontro di supervisione di gruppo
Tema centrale: confini, inadeguatezza e reciprocità nella relazione d’aiuto
L’incontro di supervisione si è aperto con un breve esercizio di centratura, utile per entrare nel lavoro partendo da sé. Una mano sul petto e una sulla pancia, attenzione al respiro, ascolto del corpo, delle emozioni, dei pensieri e dell’energia presente. Questo passaggio ha ricordato che, prima di incontrare il cliente, il professionista ha bisogno di rientrare in contatto con sé stesso.
La domanda iniziale proposta al gruppo è stata:
quando, nella relazione con il cliente, qualcosa non fluisce? Quando il ritmo si inceppa?
Da qui è emerso il tema del cliente molto richiedente, che invade i confini del professionista attraverso messaggi fuori orario, telefonate nel fine settimana, richieste insistenti e frasi che fanno sentire il counselor o l’operatore inadeguato.
1. Il cliente che invade i confini
È stato portato il caso del cliente che scrive molti messaggi, anche privatamente, oltre gli spazi già previsti, come gruppi o community. Il cliente può telefonare nel fine settimana, pretendere risposte immediate e accusare il professionista di non esserci abbastanza.
Frasi tipiche emerse:
- “Ho bisogno e tu non ci sei.”
- “Mi aspettavo che mi rispondessi.”
- “Questa è una relazione d’aiuto, dovresti aiutarmi.”
- “Non sei empatica.”
- “Non sei una brava operatrice.”
- “Non fai abbastanza.”
Il gruppo ha riconosciuto che questo comportamento produce nel professionista effetti diversi: rabbia, irritazione, appesantimento, senso di colpa, disagio, sensazione di essere giudicato o di non essere adeguato.
2. Effetto e intenzionalità
Uno dei passaggi centrali della serata è stato distinguere tra effetto e intenzionalità.
Il comportamento del cliente può avere su di noi un effetto molto forte: possiamo sentirci invasi, giudicati, svalutati, inadeguati o non abbastanza presenti.
Ma questo effetto non coincide necessariamente con l’intenzione consapevole del cliente.
In chiave gestaltica è importante chiedersi:
Che effetto mi fa questo comportamento?
e non subito:
Lo sta facendo apposta contro di me?
e non subito:
Lo sta facendo apposta contro di me?
Questa distinzione aiuta il professionista a non reagire in modo automatico e a non personalizzare subito ciò che accade.
3. Il senso di inadeguatezza generato nell’altro
Dalle varie condivisioni è emerso un punto comune: alcuni clienti, attraverso richieste impossibili o modalità pressanti, finiscono per far sentire l’altro inadeguato.
Il messaggio implicito diventa:
“Non fai abbastanza.”
“Non sei abbastanza.”
“Non rispondi al mio bisogno.”
“Non sei abbastanza.”
“Non rispondi al mio bisogno.”
Questo effetto può bloccare la relazione, perché quando il professionista si sente inadeguato può reagire chiudendosi, arrabbiandosi, difendendosi o desiderando interrompere il contatto con il cliente.
In chiave gestaltica, questo è un dato prezioso: ciò che il professionista sente nel campo può essere molto simile a ciò che altre persone vivono nella relazione con quel cliente.
4. Il cliente porta nel campo i suoi schemi relazionali
È stato sottolineato che il cliente, nel rapporto con il counselor o con l’operatore, tende a mettere in atto le stesse modalità che usa nelle relazioni quotidiane.
Se il cliente invade, pretende, accusa, giudica o fa sentire l’altro insufficiente, probabilmente questa modalità compare anche in altre relazioni: con amici, partner, familiari, colleghi o altri professionisti.
Il professionista può quindi domandarsi:
Che cosa sta accadendo tra noi che forse accade anche fuori da qui?
Questa domanda sposta l’attenzione dal contenuto del problema al processo relazionale.
5. Dal personale al relazionale
Un passaggio importante è stato uscire dal vissuto personale immediato.
Il cliente può mettere la questione sul personale, ma il professionista è chiamato a leggere il processo in chiave relazionale.
Non si tratta di pensare:
“Ce l’ha con me.”
ma piuttosto:
“Sta portando nella relazione una sua modalità di contatto.”
Questo permette di passare dalla reazione alla risposta.
La reazione nasce quando il professionista cade nella provocazione: si arrabbia, si chiude, si difende, giudica o interrompe interiormente il contatto.
La risposta nasce quando il professionista riesce a osservare cosa sta accadendo e a restituirlo con presenza.
6. Il comportamento come richiesta d’aiuto
È stato evidenziato che il cliente che continua a venire, continua a pagare, continua a cercare il professionista, anche se si lamenta o accusa, sta comunque portando una richiesta di contatto.
Se davvero volesse solo un altro tipo di servizio, potrebbe semplicemente andarsene e cercare un altro professionista.
Il fatto che resti indica che c’è una richiesta d’aiuto, anche se espressa in modo disfunzionale.
La domanda utile diventa:
Di che cosa ha bisogno davvero questo cliente?
Che cosa sta cercando di proteggere con questa modalità?
Quale paura si nasconde dietro questa richiesta insistente?
Che cosa sta cercando di proteggere con questa modalità?
Quale paura si nasconde dietro questa richiesta insistente?
7. Il possibile nucleo di abbandono
Nel lavoro di supervisione è emersa l’ipotesi che, dietro alcune modalità invasive, possa esserci una profonda paura di abbandono.
Il cliente che dice:
“Ti chiamo e tu non rispondi.”
“Ho bisogno e tu non ci sei.”
“Quando sto male tu non mi aiuti.”
“Ho bisogno e tu non ci sei.”
“Quando sto male tu non mi aiuti.”
può portare una memoria relazionale antica: la paura di cercare qualcuno e non trovarlo.
Non si tratta di diagnosticare o interpretare rigidamente, ma di aprire uno sguardo più profondo.
Dietro l’invasione può esserci:
- paura di restare soli;
- paura di non essere visti;
- paura di non contare;
- paura di non ricevere risposta;
- bisogno di contenimento;
- difficoltà a tollerare attesa e separazione.
8. Proiezione e provocazione
È stato richiamato anche il tema della proiezione.
Il cliente può vedere nel professionista parti di sé che non riesce ancora a riconoscere: inadeguatezza, mancanza, incapacità, assenza, freddezza, non disponibilità.
In questo modo può accusare il professionista di non essere abbastanza presente, quando in realtà sta portando nel campo una propria ferita o una propria difficoltà di contatto.
Questa modalità può essere vissuta dal professionista come una provocazione.
Il punto non è reagire alla provocazione, ma riconoscere che il cliente sta mostrando una parte di sé che probabilmente non riesce ancora a contattare direttamente.
9. Contenere fin dall’inizio
Un aspetto operativo importante riguarda il setting.
Le modalità invasive vanno osservate e contenute fin dall’inizio. Se vengono tollerate troppo a lungo, il cliente può percepire implicitamente che quel comportamento è consentito.
È stata usata un’immagine molto chiara:
se il cliente è ancora sulla soglia, è più facile fermarlo; se è già entrato in casa, sarà più difficile farlo uscire.
Per questo è utile chiarire subito:
- modalità di contatto;
- orari;
- uso dei messaggi;
- tempi di risposta;
- cosa si porta in seduta;
- cosa non può essere trattato fuori dallo spazio concordato.
Il confine non è rigidità, ma contenimento.
10. Non far sentire sbagliato il cliente
Quando il cliente invade, la reazione spontanea può essere quella di farlo sentire sbagliato.
Ma così si rischia di ripetere la stessa dinamica ricevuta: il cliente ci ha fatto sentire inadeguati e noi, reagendo, facciamo sentire inadeguato lui.
Si crea un “ping pong” relazionale:
- il cliente fa sentire sbagliato il professionista;
- il professionista reagisce facendo sentire sbagliato il cliente;
- il contatto si interrompe.
Il lavoro gestaltico invita invece a osservare il bisogno nascosto dietro la modalità.
Non:
“Tu non devi scrivermi così.”
“Tu non devi scrivermi così.”
Ma:
“Che cosa accade in te quando senti il bisogno di scrivermi più volte?”
“Che cosa succede quando non ricevi subito risposta?”
“Che cosa temi in quel momento?”
“Che cosa accade in te quando senti il bisogno di scrivermi più volte?”
“Che cosa succede quando non ricevi subito risposta?”
“Che cosa temi in quel momento?”
11. Osservare "l’estetica" del cliente
Uno dei temi teorici più significativi è stato quello dell’osservazione estetica.
Nell’approccio gestaltico il cliente non è solo un problema da risolvere o una difficoltà da gestire. È una presenza viva, complessa, unica.
Osservare esteticamente significa cogliere:
- il ritmo della voce;
- il tono;
- le pause;
- i gesti;
- il modo di occupare lo spazio;
- la qualità della presenza;
- la teatralità della modalità relazionale;
- la forma complessiva con cui il cliente si manifesta.
Anche un comportamento difficile può essere osservato come parte di una forma più ampia, quasi come un’opera d’arte in movimento.
Questo non significa giustificare tutto, ma uscire dal giudizio immediato e sviluppare uno sguardo più profondo.
12. Che cosa sta proteggendo il cliente?
Una domanda molto importante emersa nella serata è stata:
che cosa sta proteggendo il cliente con questo comportamento?
La modalità invasiva, giudicante o pressante può essere un modo per evitare un contatto più profondo con parti vulnerabili.
È come se il cliente dicesse indirettamente:
“Con te potrei andare in profondità, ma questa profondità mi spaventa. Allora interrompo il contatto prima che diventi troppo vero.”
La modalità difficile diventa quindi anche una difesa.
Il cliente protegge qualcosa: una paura, una ferita, una fragilità, un bisogno antico, una parte di sé non ancora contattabile.
13. Allenare alla reciprocità
Il terzo grande tema della serata è stato allenare il cliente alla reciprocità.
La relazione non è invasione, né fusione, né richiesta continua. È una danza.
È stato proposto un esempio semplice:
due persone sono una di fronte all’altra, a distanza.
Una fa un passo e aspetta che anche l’altra faccia un passo.
Poi si continua, passo dopo passo.
Una fa un passo e aspetta che anche l’altra faccia un passo.
Poi si continua, passo dopo passo.
Questa è reciprocità.
Il cliente invasivo, invece, tende a fare molti passi tutti insieme, occupando tutto lo spazio.
Allenare alla reciprocità significa aiutare il cliente a sperimentare:
- io parlo, poi ascolto;
- io chiedo, poi attendo;
- io porto un contenuto, poi lascio spazio all’altro;
- io faccio un passo, poi osservo se l’altro risponde;
- io mando un messaggio, poi aspetto.
14. Micro-interventi per il ritmo relazionale
La reciprocità si allena attraverso piccoli interventi concreti.
Esempi:
- “Aspetta un momento, rallentiamo.”
- “Hai parlato tu, ora provo a restituirti quello che ho ascoltato.”
- “Restiamo su questo punto prima di passare ad altro.”
- “Mi dai il tempo di ascoltare bene quello che hai detto?”
- “Osserviamo cosa succede quando devi attendere.”
- “Noti che stai occupando molto spazio nella relazione?”
- “Proviamo a fare un passo alla volta.”
Questi interventi non servono a controllare il cliente, ma a rendere visibile il ritmo della relazione.
15. Polarità e parti protette
Verso la fine è stato introdotto anche il tema delle polarità.
Spesso la modalità più evidente del cliente protegge una polarità opposta e nascosta.
Per esempio:
- dietro l’aggressività può esserci fragilità;
- dietro l’insistenza può esserci paura;
- dietro il controllo può esserci impotenza;
- dietro l’invasione può esserci terrore dell’abbandono;
- dietro la richiesta continua può esserci una profonda solitudine.
Il lavoro gestaltico non consiste nel decidere dall’esterno quale sia la polarità nascosta, ma nell’accompagnare il cliente a scoprirla attraverso il contatto, la relazione e la consapevolezza.
16. Reazione e risposta
Un altro punto fondamentale riguarda la differenza tra reagire e rispondere.
La reazione nasce dall’automatismo:
- mi arrabbio;
- mi chiudo;
- mi difendo;
- giudico;
- cancello il numero;
- non sopporto più il cliente;
- interrompo il contatto dentro di me.
La risposta nasce da un processo:
- sento cosa accade in me;
- riconosco l’effetto;
- distinguo l’effetto dall’intenzione;
- osservo il bisogno;
- mantengo il confine;
- restituisco qualcosa al cliente.
Questa è una competenza centrale del counselor e dell’operatore nella relazione d’aiuto.
17. Che cosa posso imparare da questo cliente?
La serata si è conclusa con una riflessione molto importante per la crescita professionale.
Ogni cliente difficile può mettere il professionista in contatto con parti di sé che altrimenti resterebbero invisibili.
La domanda proposta è:
che cosa posso imparare da questo cliente?
Non solo:
come gestisco il cliente?
ma anche:
che parte di me emerge in questa relazione?
Che cosa conosco di me grazie a questa difficoltà?
Dove sento il mio confine?
Dove reagisco?
Dove perdo presenza?
Che cosa conosco di me grazie a questa difficoltà?
Dove sento il mio confine?
Dove reagisco?
Dove perdo presenza?
Il lavoro nella relazione d’aiuto diventa così anche un percorso continuo di conoscenza di sé.
18. Indicazioni operative emerse
Dalla serata emergono alcune indicazioni pratiche:
- Centrarsi prima dell’incontro.
Il professionista lavora meglio se parte da presenza e ascolto di sé. - Chiarire il setting fin dall’inizio.
Orari, messaggi e modalità di contatto vanno esplicitati. - Non personalizzare subito il comportamento del cliente.
Distinguere l’effetto prodotto dall’intenzionalità. - Ascoltare il proprio vissuto.
Rabbia, colpa, giudizio, appesantimento o senso di inadeguatezza sono informazioni sul campo. - Non reagire facendo sentire sbagliato il cliente.
Il rischio è ripetere la stessa dinamica relazionale. - Chiedersi quale bisogno è nascosto.
Dietro l’invasione può esserci paura, abbandono, bisogno di contenimento. - Osservare esteticamente il cliente.
Guardare ritmo, forma, gesti, voce, presenza e modalità di occupare lo spazio. - Allenare alla reciprocità.
Aiutare il cliente a fare un passo e attendere il passo dell’altro. - Usare il qui e ora.
Portare attenzione a ciò che accade nella relazione in quel momento. - Restituire con gradualità.
Le restituzioni vanno calibrate in base alla fase del percorso e alla qualità della relazione costruita.
Frase conclusiva
La supervisione ha mostrato che il cliente che invade i confini, fa sentire l’altro inadeguato o richiede una disponibilità continua non va letto solo come “difficile”, ma come una persona che sta portando nel campo una modalità relazionale carica di bisogno, paura e richiesta di contatto.
Il compito del counselor o dell’operatore non è reagire alla provocazione, né farsi invadere, ma restare presente, riconoscere il proprio confine, osservare il processo e accompagnare il cliente verso una maggiore consapevolezza del proprio modo di entrare in relazione.
Sintesi della serata di supervisione di gruppo 4 maggio 2026
Incontri online di supervisione per Counselor e Operatori Olistici
La serata di supervisione ha avuto un taglio molto pratico ed esperienziale. Il lavoro è partito da situazioni concrete portate dalle partecipanti e si è sviluppato attraverso domande, riformulazioni, lavori in diade, simulazioni e riflessioni in chiave gestaltica.
L’obiettivo non è stato “trovare la soluzione giusta”, ma imparare a leggere ciò che accade nel campo relazionale, cioè tra professionista e cliente, nel qui e ora.
1. La centratura prima dell’incontro
Il primo punto emerso riguarda la necessità, per chi lavora nella relazione d’aiuto, di arrivare centrato prima di iniziare un incontro, una supervisione, un trattamento o un colloquio.
Prima di entrare nel lavoro con l’altro è importante dedicare alcuni minuti a sé stessi:
- creare uno spazio tranquillo;
- silenziare il telefono;
- chiudere gli occhi;
- respirare consapevolmente;
- inspirare dal naso ed espirare lentamente dalla bocca;
- lasciare andare tensioni, pensieri e agitazioni;
- tornare progressivamente a una respirazione naturale.
Questo passaggio non è un dettaglio tecnico, ma un fondamento della relazione: il cliente, prima ancora di ricevere risposte, ha bisogno che il professionista ci sia davvero.
In chiave gestaltica, la presenza è il primo strumento di lavoro.
2. Partire da sé prima di entrare nel caso
Dopo la centratura, è stato chiesto al gruppo di ascoltarsi e di verificare se ci fosse qualche situazione del proprio percorso, del counseling o della relazione d’aiuto che richiedesse chiarimento.
Questo passaggio è importante perché la supervisione non parte solo dal “caso”, ma da ciò che il caso muove nel professionista.
La domanda centrale non è:
“Che problema ha il cliente?”
ma:
“Che cosa accade in me quando incontro questa situazione?”
Questo permette di non perdersi nella narrazione e di restare agganciati al vissuto, al corpo, all’emozione e alla relazione.
3. Il primo caso: bugie, amicizia e altro professionista
Il primo tema è stato portato da D., che ha raccontato una situazione complessa legata a una persona amica, già seguita da un altro professionista, che durante trattamenti olistici tendeva a raccontare contenuti personali e parti del percorso svolto altrove.
Dal racconto sono state estratte tre parole chiave:
- bugie / alterazione della verità;
- rapporto di amicizia;
- presenza di un altro professionista.
La supervisione ha chiarito che il punto centrale non è stabilire se la persona dica la verità o meno. Il rischio, infatti, è quello di entrare nel contenuto del racconto e perdere di vista il processo relazionale.
La domanda gestaltica diventa:
“Che cosa sta facendo questa persona nella relazione con me?”
4. Spostare l’attenzione dall’oggetto al soggetto
Uno dei concetti principali della serata è stato:
spostare l’attenzione dall’oggetto al soggetto.
L’oggetto è il contenuto del racconto: cosa è successo, chi ha detto cosa, chi ha ragione, chi mente, cosa ha fatto l’altro professionista.
Il soggetto è invece la persona presente nel campo: il cliente, il counselor, l’operatore, il vissuto che emerge nel qui e ora.
Nella pratica significa non lasciarsi catturare dalla storia, ma osservare:
- come il cliente si sta relazionando con me;
- che ruolo mi sta facendo assumere;
- che emozione suscita in me;
- quale dinamica sta mettendo in campo;
- quale bisogno o interruzione di contatto può emergere.
Questo è stato indicato come un passaggio fondamentale sia per il counselor sia per l’operatore olistico.
5. Dal “perché” al “cosa” e “come”
È stato sottolineato un punto metodologico importante:
nell’approccio gestaltico il “perché” spesso distrae.
Il lavoro si orienta maggiormente su:
- che cosa accade;
- come accade;
- quando accade;
- che cosa sento io mentre accade.
Il “perché” può portare a interpretazioni, spiegazioni mentali o ipotesi astratte. Il “cosa” e il “come” riportano invece alla fenomenologia dell’esperienza.
Esempio:
Non:
“Perché il cliente mente?”
“Perché il cliente mente?”
Ma:
“Che cosa provo quando ascolto questo racconto?”
“Come questa persona mi sta coinvolgendo nella relazione?”
“Che cosa sta succedendo tra noi adesso?”
“Che cosa provo quando ascolto questo racconto?”
“Come questa persona mi sta coinvolgendo nella relazione?”
“Che cosa sta succedendo tra noi adesso?”
6. Il tema della triangolazione
Uno dei nuclei più importanti della serata è stato il tema della triangolazione.
La triangolazione si crea quando una persona A parla con B di una terza persona C, soprattutto quando tra B e C esiste un legame personale, professionale o deontologico.
In questo modo B viene coinvolto in una posizione scomoda, perché riceve informazioni su C senza che C sia presente. Si crea così un sospeso relazionale.
In termini semplici:
- A porta un contenuto su C;
- B viene caricato di qualcosa che non gli appartiene;
- C, se lo sapesse, potrebbe sentirsi tradito;
- la relazione tra B e C viene modificata da qualcosa che non è stato portato alla luce direttamente.
La triangolazione può diventare molto distruttiva perché inquina il campo e crea alleanze, segreti, sospesi e sensazioni di disagio.
7. Come disinnescare la triangolazione
La supervisione ha chiarito che il modo migliore per disinnescare una triangolazione è fermarla all’inizio.
Quando il cliente parla di una terza persona assente, soprattutto se la situazione crea disagio nel professionista, può essere utile riportare l’attenzione al qui e ora:
- “Mentre mi racconti questo, tu come ti senti?”
- “Che cosa accade in te quando parli di questa persona?”
- “Che cosa senti nel corpo adesso?”
- “Che cosa ti porta a raccontarmi questo proprio ora?”
- “Restiamo su di te, su quello che vivi tu in questa situazione.”
Il punto non è zittire il cliente, ma aiutarlo a non evitare il contatto con sé stesso attraverso il racconto dell’altro.
In chiave gestaltica, parlare continuamente degli altri può diventare un modo per non mostrarsi, non esporsi, non entrare davvero in contatto.
8. Il disagio del professionista come informazione
Un altro punto centrale è stato il valore del disagio sentito dal professionista.
Quando il counselor o l’operatore sente disagio, fastidio, confusione, pressione o invasione, non deve ignorare questi segnali. Essi possono diventare informazioni preziose sul campo relazionale.
Nel caso portato da D., il disagio segnalava che qualcosa nella relazione non era chiaro: amicizia, ruolo professionale, confini, racconto di terzi, presenza di un altro professionista.
Il sentire del professionista diventa quindi una bussola.
Non per reagire impulsivamente, ma per chiedersi:
“Che cosa sta accadendo qui, tra me e questa persona?”
9. Amicizia, ruolo professionale e setting
È stato evidenziato che lavorare con amici, parenti o persone molto vicine può creare situazioni complesse.
Il problema non è che sia sempre impossibile, ma che il setting diventa fragile. I ruoli possono confondersi:
- amica;
- counselor;
- operatrice;
- confidente;
- persona che “deve dare consigli”;
- figura chiamata a prendere posizione.
In queste situazioni è necessario ascoltare con molta attenzione il proprio sentire e chiedersi se il ruolo professionale può essere mantenuto in modo chiaro.
Il criterio non è una regola rigida valida per tutti, ma una domanda di consapevolezza:
“In questa relazione riesco a restare centrato, presente e chiaro nel mio ruolo?”
10. Il trattamento olistico e il cliente che parla
È stato affrontato anche il tema del cliente che parla durante un trattamento olistico, ad esempio durante un massaggio.
Sono emersi due punti fondamentali.
Il primo è che le regole vanno chiarite all’inizio. Se durante il trattamento è previsto il silenzio, questo deve essere comunicato prima.
Il secondo è che, se il cliente parla durante il trattamento, non va svalutato né ignorato. Può essere utile rispondere in modo semplice:
“Ti ho ascoltato. Ne parliamo dopo. Ora torniamo al silenzio e all’ascolto del corpo.”
In questo modo il cliente si sente visto, ma il setting viene mantenuto.
11. Preparare il cliente al silenzio e al corpo
È stato osservato che alcuni clienti arrivano al trattamento ancora molto attivati, agitati o mentalmente accelerati. In questi casi può essere utile preparare meglio l’ingresso nel lavoro corporeo.
Sono stati suggeriti piccoli strumenti di centratura:
- respirazione;
- radicamento con i piedi a terra;
- ascolto del corpo;
- uso della voce o del suono;
- pochi minuti di silenzio guidato;
- tecniche legate all’elemento terra;
- rallentamento graduale prima di iniziare il trattamento.
L’obiettivo è aiutare la persona a entrare in uno stato più ricettivo, così che il trattamento non diventi uno spazio di sfogo verbale, ma un’esperienza di ascolto corporeo.
12. Il “cliente saponetta” e l’evitamento del contatto
Una seconda situazione è stata portata da C., che ha espresso la difficoltà di riportare alcuni clienti dal racconto mentale al qui e ora.
È stata usata l’immagine del cliente saponetta: una persona che sfugge continuamente al contatto, cambia direzione, torna nella narrazione, evita di stare su di sé.
In chiave gestaltica questa modalità può essere letta come una forma di interruzione di contatto.
Il cliente parla molto, racconta, generalizza, attacca, svaluta, drammatizza, ma fatica a fermarsi su:
- ciò che sente;
- ciò che accade nel corpo;
- ciò che prova nel momento presente;
- ciò che sta accadendo nella relazione con il counselor.
13. Il role playing sul cliente saponetta
Durante la serata è stato fatto un role playing in cui C. ha impersonato un cliente molto agitato, frustrato e sfidante.
Il conduttore ha mostrato come non inseguire il contenuto del racconto, ma cercare un punto concreto nel qui e ora.
Quando è emerso il riferimento ai battiti accelerati, l’attenzione è stata riportata al corpo:
- ascoltare il cuore;
- appoggiare le mani sul petto;
- respirare;
- sentire il battito;
- rallentare.
Questo passaggio ha mostrato che anche un esercizio semplice può modificare il campo.
Il punto non è proporre una tecnica “banale”, ma interrompere uno schema ripetitivo e creare una possibilità di contatto.
14. Le tecniche semplici non sono superficialità
È emersa una difficoltà importante: a volte il professionista può pensare che proporre una respirazione, un ascolto corporeo o un gesto semplice sia troppo poco rispetto alla complessità della vita del cliente.
La supervisione ha chiarito che la semplicità non è superficialità.
Una tecnica semplice, se proposta nel momento giusto, può diventare molto efficace perché:
- interrompe l’automatismo;
- riporta al corpo;
- crea presenza;
- rallenta il ritmo;
- apre uno spazio nuovo;
- permette al cliente di sentire qualcosa di sé.
Il professionista non deve “risolvere tutta la vita del cliente”, ma creare condizioni perché il cliente possa accorgersi di ciò che sta accadendo.
15. Il cliente che resta nella rabbia
Un altro tema è stato portato da J., che ha parlato di clienti che sembrano voler restare nella rabbia, nella frustrazione o nella protesta.
È stato evidenziato che, in questi casi, il professionista può arrivare a provare fastidio, stanchezza o irritazione.
Anche qui il punto non è giudicare il cliente, ma osservare cosa accade nella relazione.
Se il cliente invade, sovraccarica, accelera, attacca o non lascia spazio, il professionista può sentire nel proprio corpo ciò che probabilmente accade anche nelle altre relazioni del cliente.
La domanda diventa:
“Che cosa sta facendo questa persona nel campo relazionale?”
16. Il valore dei confini
La serata ha dato molta importanza al tema dei confini.
In chiave gestaltica, rispettare sé stessi è fondamentale. Il professionista non è chiamato a sopportare tutto in nome dell’aiuto.
Se il cliente supera il confine, il counselor o l’operatore deve accorgersene e intervenire.
È stato sottolineato un punto molto importante:
se una persona non sa riconoscere quando i propri confini vengono invasi, può accadere che in altre situazioni invada inconsapevolmente i confini degli altri.
Per questo lavorare sui confini è un atto di consapevolezza e responsabilità.
17. Cosa, come e quando intervenire
Nel lavoro con clienti molto attivati non basta sapere cosa dire. È importante anche comprendere:
- come dirlo;
- quando dirlo.
Il professionista deve imparare ad ascoltare il momento in cui il disagio interno sta salendo troppo.
È stata usata una metafora efficace: il confine tra fastidio e dolore.
Nel lavoro corporeo un fastidio può essere sostenibile e utile, mentre il dolore segnala che si è andati oltre. Allo stesso modo, nella relazione, un certo disagio può essere osservato e utilizzato, ma quando diventa rabbia, chiusura o rifiuto del cliente, è necessario fermarsi prima.
18. Fermare il cliente senza interrompere la relazione
Quando il cliente racconta troppo, accelera o porta “tutta la vita in cinque minuti”, può essere utile fermarlo con delicatezza ma chiarezza.
Esempi di intervento:
- “Aspetta, rallentiamo un attimo.”
- “Mi sto perdendo, partiamo da un punto.”
- “Questa cosa che hai appena detto mi sembra importante: restiamo qui.”
- “Facciamo un respiro e vediamo cosa senti ora.”
- “Ti fermo un momento, perché vorrei comprendere meglio.”
- “Proviamo a non andare troppo avanti e a stare su questo passaggio.”
Il senso non è bloccare il cliente, ma aiutarlo a non bruciare tutto in un’esplosione indistinta.
Il cliente ha bisogno di piccoli passi, non di scaricare tutto senza contatto.
19. L’uso dell’autenticità e anche dell’umorismo
È stato riconosciuto che ogni professionista ha il proprio stile.
In alcuni casi, se il campo lo permette, anche una battuta leggera, un sorriso o una modalità più spontanea possono aiutare ad abbassare la tensione.
L’umorismo, se usato con rispetto, può togliere energia all’oggetto del racconto e riportare attenzione alla relazione.
Non si tratta di banalizzare, ma di essere autentici.
L’autenticità del professionista può diventare un elemento di contatto, purché resti dentro un confine chiaro e rispettoso.
20. Il counselor non dà soluzioni, facilita consapevolezza
Un punto trasversale dell’incontro è stato il ruolo del counselor e dell’operatore nella relazione d’aiuto.
Non si tratta di dare risposte pronte, consigli o soluzioni.
Il lavoro consiste nel sostenere il cliente a diventare più consapevole di:
- come si relaziona;
- cosa provoca negli altri;
- quali modalità ripete;
- come evita il contatto;
- dove perde il confine;
- cosa accade nel corpo;
- cosa sente nel qui e ora.
Il professionista non lavora “sul problema” in modo astratto, ma sulla modalità con cui il problema prende forma nella relazione.
21. La supervisione come spazio di trasformazione
La serata ha mostrato che la supervisione non serve solo a ricevere indicazioni operative, ma a trasformare lo sguardo del professionista.
Non sempre è utile uscire con una frase pronta da dire al cliente. Spesso è più importante uscire con una consapevolezza nuova.
Quando il professionista cambia il proprio modo di vedere, ascoltare e stare nella relazione, anche il successivo incontro con il cliente sarà diverso.
La risposta emergerà nel qui e ora, non come formula, ma come atto più consapevole.
22. Punti chiave da portare nella pratica
In sintesi, dalla serata emergono alcuni orientamenti pratici:
- Centrarsi prima di ogni incontro.
La presenza del professionista è la base del lavoro. - Non inseguire il racconto.
Il contenuto è importante, ma non deve far perdere il campo relazionale. - Spostare dall’oggetto al soggetto.
Dal “cosa è successo” al “cosa accade in te mentre lo racconti”. - Osservare il proprio sentire.
Disagio, fastidio, confusione o rabbia sono segnali da ascoltare. - Disinnescare le triangolazioni.
Quando si parla di un assente, riportare l’attenzione al vissuto del cliente. - Chiarire il setting.
Le regole, anche nei trattamenti olistici, vanno esplicitate prima. - Usare il corpo come porta d’ingresso.
Respiro, cuore, tensioni, piedi, postura e ritmo riportano al presente. - Fermare l’accelerazione.
Il cliente che corre va aiutato a rallentare, non seguito nella corsa. - Mettere confini chiari.
Il rispetto della relazione passa anche dal rispetto di sé. - Restare curiosi.
La curiosità verso il cliente aiuta a non irrigidirsi e a cercare il contatto. - Non cercare formule.
La risposta nasce dal qui e ora, se il professionista è presente. - Usare supervisione e auto-osservazione.
Ogni difficoltà incontrata può diventare materiale prezioso di crescita professionale.
Frase conclusiva
La serata ha ricordato che, nella relazione d’aiuto a orientamento gestaltico, il centro del lavoro non è il racconto del cliente, ma ciò che accade nella relazione mentre il cliente racconta.
Quando il professionista riesce a restare presente, ascoltare il proprio sentire, riconoscere il confine e riportare il cliente al corpo e al qui e ora, anche le situazioni più complesse diventano occasioni di consapevolezza.
Quando il professionista riesce a restare presente, ascoltare il proprio sentire, riconoscere il confine e riportare il cliente al corpo e al qui e ora, anche le situazioni più complesse diventano occasioni di consapevolezza.